Pochissime ferie… ma abbastanza per volare via per qualche giorno e respirare nuovamente quell’aria che ogni volta mi fa sentire a casa. Quattro sere a Londra, tre sere nel West End (solo perché la prima, sbarcato nel pomeriggio, raggiunto il centro in pullman e sistemato in albergo era troppo tardi per infilarsi in un teatro). La lista degli spettacoli da vedere era lunga… ridotta a una rosa di quattro prima della partenza: The Phantom of the Opera, Wicked, Billy Elliot, Chicago… hanno avuto la meglio i primi tre. The Phantom era lì che mi aspettava da ormai troppo tempo, amato fin dal primo ascolto, desiderato dopo la versione cinematografica; Wicked lo avevo già perso a Broadway, tutto esaurito per tutti i giorni della mia permanenza a New York, non potevo certo mancarlo questa volta; Billy Elliot… avevo voglia di danza e di sogni… e li ho trovati.
Non ho dubbi quest’anno: avevo aspettative altissime su The Phantom e dopo averlo visto posso dire con certezza che questo rimane il mio musical. Questa storia oscura, poetica e folle e la sua angusta ambientazione nei sotterranei del teatro dell’Opera di Parigi hanno sempre toccato le mie corde più profonde, ci sono brani che non smetterei mai di ascoltare (e come vorrei trovare una Christine con cui duettare The point of no return) e dalla versione cinematografica in poi mi sono sempre chiesto come sarebbe stato a teatro il viaggio nei sotterranei o il meraviglioso ballo in maschera! Con tali premesse il rischio di rimanere deluso era altissimo e invece, per due ore e mezza sono rimasto incantato da questo pregiato pezzo di teatro, teatro vero, appassionato nell’interpretazione, fastoso nei costumi, misurato negli effetti speciali, impeccabile nel canto. La semplicità con la quale la scena si sposta dal proscenio alle quinte del teatro (facendo apparire un direttore nella buca dell’orchestra proprio opposto a quello vero), gli oggetti di scena si trasformano (la barca della traversata diventa il letto su cui il Fantasma pone Christine svenuta), la finzione si fonde con la realtà della rappresentazione (con l’impresario che si scusa con il pubblico reale per l’interruzione dello spettacolo) sono solo piccoli particolari che contribuiscono a fare di quest’opera un vero gioiello del teatro. Se proprio non si può fare a meno di muovere critiche posso pensare ad un Raoul poco convincente (anche il Fiyero di Wicked non mi è sembrato eccelso… che sia una caratteristica dei belloni?!), una caduta del lampadario un po’ frettolosa e un Fantasma quasi troppo… folle. Non sarebbe un problema (nella versione cinematografica era in effetti eccessivamente posato) se non fosse per alcune canzoni un po’ troppo… arieggiate. Ma che brividi il viaggio nei sotterranei sulle note gotiche di The Phantom of the Opera, la disperazione della ripresa di All I ask of you cantata dal Fantasma dall’alto del teatro, la coralità e i colori di Masquerade, il drammatico sestetto di Notes II/Twisted every way, e l’insolita (nella versione cinematografica era diventato un passionale tango) The point of no return. E un bravo speciale alla grande orchestra! Lo avrei rivisto subito, lo rivedrei ora!
Quando uno spettacolo nasce in America lo si riconosce! E Wicked ne è un valido esempio: un grande teatro, canzoni scritte per diventare orecchiabili hit, ritmo incalzante, scenografie maestose, luci e costumi strabilianti, coreografie e ensemble formidabili per uno show che si ricorda, ma… non emoziona.
Certo, dal racconto della vita delle streghe del regno di Oz prima dell’arrivo di Dorothy, non ci si possono aspettare lacrime e riflessioni, anche se ci presenta le due perfide streghe dell’Est e dell’Ovest rese malvage dalle incomprensioni, dalla malattia, dall’amore non corrisposto, ma forse il reale motivo di tanta freddezza sono l’intreccio un po’ forzato, il cui responsabile è però l’autore del romanzo dal quale lo spettacolo è tratto, e il contenitore pop dentro il quale la storia si svolge. Questo non impedisce tuttavia di gustare numeri indimenticabili, come la liberatoria Dancing through life, che fa venire davvero voglia di ballare, di ballare la vita (in questo periodo di riflessioni, pensieri, dubbi, decisioni da prendere, mi ritrovo spesso a cantarla a squarciagola in macchina!), la deliziosa Popular , da cantare con rigorosamente con la vocina stridula da bella e stupida come Glinda, la dirompente Defying Gravity e l’immancabile duetto di As long as you’re mine (mi raccomando mia Elphaba, studia che non vedo l’ora di duettare con te!).
Ho temuto di perderlo, ma da un posto in ultimissima galleria a picco sul palco ho potuto ammirare anche l’ultimo show di questa tre giorni londinese: Billy Elliot. Questo sogno di un ragazzino come tanti nella dura realtà della vita di una comunità di minatori, mi ha riportato ad atmosfere più teatrali e intime. E sul palco non (all’apparenza) impeccabili performer forgiati da anni di danza e sacrificio, ma uomini normali, abbruttiti dal lavoro e dalle incertezze, e bravissimi bambini (non solo Billy e Michael, ma anche tutte le ragazzine del corpo di ballo) che reggono per quasi tre ore lo spettacolo come consumati professionisti. Emozionante Solidarity, in cui con una moderna coreografia si raccontano gli scontri tra i minatori e la polizia, divertente Expressing Yourself, in cui Michael dà sfoggio dei suoi abiti queer e trascina Billy e l’ensemble in un fantastico numero di tip tap, toccante Angry Dance nella quale un Billy davvero padrone del palco mostra tutta la sua rabbia per l’incomprensione del padre e del fratello per il suo sogno e davvero magico il passo a due tra Billy e il suo alter ego adulto sulle note del Lago dei Cigni. E’ davvero Electricity quella che si sprigiona da questo palco, spoglio di scenografie e effetti speciali, ma forte di questi performer (ebbene sì, lo sono e nel numero finale lo dimostrano alla grande) così poco patinati, ma così veri.
E’ stato faticoso concludere questo post… basta pensare che è già passato un mese da questi tre giorni fuori dalla realtà. Troppi pensieri, forse troppi sogni. E molte incertezze… tanta voglia di volare via e troppo poco coraggio o forse solo razionalità… ma questa è un’altra storia… Forse basterebbe ballare come Billy… nella vita.
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